Oggi prende ufficialmente corpo la nuova normativa UE sulla rintracciabilità di cibi e alimenti. In sostanza tutti i prodotti alimentari (ad eccezione degli alcoolici) dovranno riportare sull'etichetta il loro ciclo di vita, dal momento della coltivazione o allevamento a quello della produzione. Una nuova norma europea che, oltre alle garanzie nutrizionali, fornisce anche la possibilità di leggere la provenienza dei cibi e degli alimenti che si acquistano. Come si legge dall'editoriale di Calabrese su La Stampa "In questo modo si scongiurerà il pericolo di fabbricare una mozzarella in una delle nazioni europee per poi venderla in Italia come se fosse italiana, difendendo così il vero made in Italy."
La nuova norma (forse) incosapevolmente apre le porte a politiche di marketing territoriale che per il nostro paese possono rappresentare un nuovo stimolo anche e soprattutto per il settore turistico. Andiamo per gradi.
Se il consumo turistico mondiale è in calo (complice anche la crisi), uno dei segmenti di domanda che pare andare controtendenza è quello enogastronomico. Alta capacità di spesa, elevata competenza, grande passione per il vino e la buona cucina sono i tratti distintivi di questa ormai "non più nicchia". Il made in Italy è un marchio distintivo anche della nostra tavola, apprezzata storicamente dal pubblico straniero ma sempre più rivalutata anche tra gli italiani.
Nell'enogastronomia risiede uno degli stimoli principali allo sviluppo turistico di tante (moltissime) aree della penisola: non solo quei distretti più notoriamente conosciuti come enogastronomici (Toscana, Langhe, ecc,), ma anche quelle aree di produzione di agroalimentare d'eccellenza, dal pachino alla mela. A ciò si accompagna una varietà di cucine locali unica al mondo. Insomma, senza voler analizzare in profondità il comparto enogastronomico e le opportunità che da questo derivano, voglio dire che una delle vie d'uscita dalla crisi del settore risiede proprio nello sviluppo dell'offerta turistica enogastronomica dei territori.
Ma in che modo la nuova norma europea può favorire questo sviluppo? La risposta è facilmente riscontrabile da un'esperienza che ormai da un decennio l'Alto Adige sta vivendo: quella del "marchio ombrello". Tutta l'offerta altoatesina, sia essa turistica o enogastronomica, artigianale o industriale, viaggia accompagnata da un marchio territoriale, riconoscibile ormai da gran parte del pubblico. Un marchio a garanzia di una qualità che non sta solo nei processi di produzione, ma nella cultura identitaria del territorio. Come dire che ciò che proviene da lì (Alto Adige) è buono, è bello, è di qualità.

Oggi, con l'entrata in vigore della norma UE, tutti i territori (regioni o distretti turistici) potrebbero ripercorrere la fortunata strada dell'Alto Adige: un'occasione per dotarsi di un marchio ombrello rappresentativo non solo dei cibi e degli alimenti, ma di un intero territorio. Perchè la Sicilia porta in sè l'immagine del sole e delle qualità della vita, la Sardegna quella degli ampi pascoli e della tradizione, la Toscana delle colline e della buona tavola, il Piemonte dell'operosità e del grande vino, e via dicendo. Ma non solo più nel nome deve risiedere questa riconoscibilità: servono politiche di branding in grado di coinvolgere trasversalmente le eccellenze produttive locali, azioni di marketing in grado di coinvolgere i fautori di queste eccellenze, volani comunicativi che valorizzino ciò che contraddistingue il territorio e caratterizza la nascita di queste eccellenze.
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